16) Leibniz. La teodicea.
Leibniz rende manifesti i princpi ispiratori dell'opera,
soprattutto la necessit di rispondere a Bayle, il quale nel
Dizionario storico e critico aveva chiamato Dio a rispondere del
male nell'uomo ed aveva affermato che una societ di atei 
migliore di una di idolatri (cattolici). Ai sociniani si 
accennato nel capitolo dedicato a Locke, a proposito della
tolleranza (Quaderno secondo/4, capitolo Otto).
G. W. Leibniz, Saggi di Teodicea, Prefazione (pagine 238-241).

Taluni vanno anche oltre: non accontentandosi di servirsi del
pretesto della necessit per provare che la virt e il vizio non
sono n bene n male, hanno l'audacia di far la divinit complice
dei loro disordini, e imitano gli antichi pagani, i quali
attribuivano agli dei la causa dei loro delitti, come se una
divinit li spingesse a mal fare. Questa confusione sembra sia
stata aumentata dalla filosofia dei cristiani, la quale riconosce
meglio di quella degli antichi la dipendenza delle cose dal Primo
Autore, e il suo concorso in tutte le azioni delle creature.
Alcune abili persone del tempo nostro sono arrivate al punto da
togliere ogni azione alle creature; e il Bayle se n' servito per
rimettere in vigore il dogma dimenticato dei due principii, o di
due iddii, l'uno buono, l'altro cattivo, come se questo dogma
soddisfacesse meglio, alle difficolt sull'origine del male;
sebbene, del resto, egli riconosca che  un'opinione
insostenibile, e che l'unit dei principii  fondata senza
contestazione sulla ragione a priori; ma egli ne vuole inferire
che la nostra ragione si confonde e non sarebbe in grado di
soddisfare alle obiezioni e che nondimeno deve stare salda ai
dogmi rivelati, che ci insegnano l'esistenza di un solo Dio,
perfettamente buono, perfettamente potente e perfettamente saggio.
Ma molti lettori i quali fossero persuasi dell'insolubilit di
queste obiezioni, e che le credessero per lo meno altrettanto
forti quanto le prove della verit della religione, ne caverebbero
conseguenze perniciose.
Ammesso che non ci sia il concorso di Dio nelle cattive azioni,
non si cesserebbe di portare in campo delle difficolt in quanto
Egli le prevede e le permette, potendole impedire mediante la sua
onnipotenza. Per questo alcuni filosofi, e persino qualche
teologo, hanno preferito negargli la conoscenza dei particolari
delle cose, e soprattutto dei futuri eventi, piuttosto che
attribuirgli ci che essi credevano offendere la sua bont. Di
quest'opinione sono i sociniani.
Essi hanno senza dubbio grande torto, ma non  minore il numero di
coloro i quali, persuasi che nulla si faccia senza la volont e la
potenza di Dio, gli attribuiscono delle intenzioni e delle azioni
assolutamente indegne del sommo e ottimo fra tutti gli esseri,
tanto che si potrebbe dire che questi autori hanno rinunziato in
effetto al dogma il quale riconosce la giustizia e la bont di
Dio. Essi hanno supposto che, essendo sovrano signore
dell'universo, possa, senz'alcun pregiudizio della sua santit,
far commettere dei peccati, soltanto perch ci gli piace, o per
aver il piacere di punire; e anche, che Egli possa provar piacere
ad affliggere in eterno degli innocenti, senza fare alcuna
ingiustizia, perch nessuno ha diritto o potere di controllare le
sue azioni. Alcuni sono arrivati persino a dire che Dio ne usa
effettivamente cos, e col pretesto che noi siamo come nulla in
rapporto a Lui, essi ci paragonano ai vermi della terra, che gli
uomini non si curano affatto di schiacciare camminando, o in
generale agli animali che non appartengono alla nostra specie, e
che noi non abbiamo scrupolo di maltrattare.
Io credo che molte persone - del resto bene intenzionate -
abbraccino queste opinioni, perch non ne conoscono abbastanza le
conseguenze. Esse non vedono che equivale proprio a distruggere la
giustizia di Dio; poich, che nozione assegneremo a una siffatta
specie di giustizia, la quale non ha se non la volont per regola,
cio nella quale la volont non  diretta dalle norme del bene, e
si appoggia pure direttamente sul male? a meno che non s'intenda
la nozione contenuta in questa definizione tirannica di Trasimaco,
in Platone, il quale diceva che giusto non  se non ci che piace
al pi forte.
A questa conseguenza arrivano, senza pensarvi, coloro che fondano
ogni obbligazione sulla violenza, e quindi considerano la potenza
come misura del diritto.
G. W. Leibniz, Monadologia e Saggi di Teodicea, Carabba, Lanciano,
1930, pagine 75-77.
